Questo viaggio è cominciato un anno fa. Con il buon Graziano avevamo passato una settimana delle vacanze di Natale nel suo garage, a ideare e costruire un paio di pattini snodati con molla ammortizzante. Poi gli scrutini di fine quadrimestre mi hanno costretto a rinunciare.
Quest'anno gli scrutini delle mie classi cadono all'inizio di febbraio. Così unendo il sabato e il lunedì posso partire per l'Elefantentreffen con un minimo di margine.
Il pomeriggio di giovedì 26 gennaio è servito per caricare la moto: borsa da serbatoio, con qualche vestito di ricambio e oggetti di prima necessità; borsa da sella con sacco a pelo, pantaloni dell'antipioggia, guanti di riserva e da lavoro e sul portapacchi la vecchia canadese di quarantanni fa, materassino, corda, badile tattico, più i terminali dei pattini con poche chiavi e il nastro da pacchi. Nei giorni prima con Antonio Mazzali, che ha curato la messa a punto del mezzo, abbiamo montato le moffole – reduci dall'Elefantentreffen trentanni fa - e il parabrezza con in bella vista il “58” del nostro Marco, che sarà l'unico compagno di viaggio. Con le fiammanti Haidenau K37 Silica M+S,
Venerdì 27 gennaio, dopo cinque ore di scuola (compreso il compito di algebra in terza) e un frugale pasto, indosso i vari strati di indumenti e verso le 14:30 finalmente parto. E subito sbaglio strada uscendo da Este: per l'emozione ho preso la solita strada dei Colli Euganei. Tagliando per argini di canali solitari mi porto sulla Regionale 10 per Montagnana e quindi via spedito per la bassa campagna padovana e veronese verso San Bonifacio, dove entro nella A4. A Verona prendo lo svincolo per
L'albergo è semplice e accogliente, caldo: c'è una curiosa esposizione di vini di tutto il mondo. Cena con canederli in brodo e un enorme piatto di polenta con gorgonzola fuso. Dopo cena faccio quattro passi fino in Austria a prendere la “Vignette”; poi chiacchierando con la signora dell'albergo dico che mi dispiace per la moto fuori al gelo, così me la fa ricoverare dentro... tra i tavoli della sala da pranzo! Salgo felice nella cameretta calda: fuori c'è la neve, scrivo due cose e faccio un paio di telefonate, poi a nanna sotto un sontuoso piumino che fa un caldo bestia.
La mattina di sabato 28 gennaio arriva presto: oggi sarò all'Elefantentreffen nella selva bavarese. Esco a sentire la temperatura, la signora dice che sono fortunato, ci saranno -8/-9°, giorni fa erano -14° C. Poi il rito della vestizione, lento e faticoso. Porto fuori la moto che parte subito, la faccio scaldare e vestito come il fratello scemo di Babbo Natale prendo un caffè e via. Nell'orgasmo della partenza sbaglio imbocco e dall'Austria appena toccata mi ritrovo in autostrada verso Vipiteno. Fortuna che appare un minuscolo svincolo e, con una ardita retromarcia a braccia, sfiorato dai tir, riesco a prenderla ritornando in paese, da dove esco un po' mortificato ma più sveglio, e inizio la discesa verso Innsbruck sull'aereo Europabrücke dentro un paesaggio montano lindo di neve. Come nelle mattine algide verso Capo Nord mi torna in mente l'aforisma di Paulo Coelho: “Nessun giorno è uguale all'altro, ogni mattina porta con sé un particolare miracolo, il proprio momento magico, nel quale i vecchi universi vengono distrutti e si creano nuove stelle”. Corro allegro le ampie curve in discesa, ma dopo Innsbruck si formano lunghe colonne che spero finiscano a Kufstein, e invece proseguono a singhiozzo anche in Germania facendomi perdere una barca di tempo in pericolosi slalom tra auto, camion e pullman. A Kiefersfelden, entro in una grande area di servizio dove scopro una nuova benzina, più economica ed ecologica, pubblicizzata da un disegno di prati in fiore, la sigla è Super E 10, così faccio il pieno con 16 € (9,74 l) tutto contento.
Passo l'incrocio di Rosenheim dove lascio l'A93 per entrare nell'A8 direzione München. Ora la strada è libera e cerco di recuperare un po' di tempo tenendo il motore costantemente sopra i 6000 giri. Tutto attorno è bianco, ritrovo i passaggi in foresta con i bei saliscendi; nonostante la velocità non sento freddo: le moffole e i copristivali imbottiti della Tucano Urbano fanno un ottimo servizio e mi godo l'ebbrezza della strada e la piacevole vibrazione della moto. Ma dura poco! All'imbocco del temibile ring di Monaco il motore perde improvvisamente potenza, come stessi finendo la benzina,... calo due marce, sale di giri e riprende, ma appena abbasso l'acceleratore tende a piantarsi: panico in mezzo al traffico. Rallento ma tiro avanti, si avvicina il momento di imboccare la deviazione verso est; mi fermo per studiare un grande cartello, tenendo su di giri per evitare spegnimenti proprio lì, leggo Passau e credo sia giusto: invece ancora una volta il mio formidabile senso d'orientamento mi tradisce e prendo la strada sbagliata. Lo capisco perché quella giusta porterebbe anche verso l'aeroporto di Monaco, ma su questa autostrada incognita non vi è alcuna indicazione di quello che è il miglior aeroporto d'Europa. La moto ha il mal di pancia, gira bene solo agli alti regimi in quarta e in quinta, ma se calo un momento si pianta, poi scoppietta e con due-tre tironi di catena riparte...: non può continuare così. Prendo uno svincolo e trovo una piazzola dove rallentando la moto si spegne. Silenzio, attorno è tutto bianco: credo che questo sia stato l'unico momento del viaggio in cui ho sentito freddo. Accendo una sigaretta e telefono a Mazzali: “son fermo non son ben dove in mezzo alla neve, la moto si è spenta”. Dice che una volta a lui capitò qualcosa del genere con la benzina che si ghiacciò a causa del troppo freddo. Una breve sosta e il calore del motore sciolse i cristalli rosa di benzina che fiorivano dal carburatore. Devo quindi aspettare qualche minuto e poi tenere una velocità bassa, attorno agli 80, per non raffreddare troppo i carburatori. Non so se in queste condizioni posso ritornare in autostrada o sia meglio continuare sulla normale che ho davanti, che porterebbe comunque a Passau, una quarantina di chilometri a sud di Thurmansbang. Concentrazione a freddo. Decido che la moto si riprenderà. Così ritorno in autostrada verso Monaco, a 80 Km/h, pensando a cosa può essere sto' guaio, che dopo le colonne della mattina mi sta facendo accumulare ritardo su ritardo. Rientrato nel ring punto a nord, trovo l'uscita esatta per
Riparto con benzina “normale”, anche se so che tutto l'etanolo non è stato bruciato. A Deggendorf lascio la pacifica A92 e prendo
Con la neve spalata hanno modellato attorno al falò una sorta di semicerchio con scanni di ghiaccio. Si fa presto a fare amicizia e presto è già pronta la pastasciutta, il pollo e i salami ai ferri. Insomma una mangiata eccessiva ma mai quanto il bere... Nel buio sopra la buca fioriscono fuochi artificiali e l'aria fumosa è scossa dagli urli delle sirene dei sidecar. Un tipo decisamente trasgressivo e ben carburato si arrampica nudo sul tetto della baracca all'entrata, tiene un breve sermone con pisellino al vento, poi aiutato da una signora dell'organizzazione scende a fatica. I falò, le sirene, le sgasate, i petardi, i fuochi d'artificio riempiono la notte: è uno spettacolo impressionante, che per capirlo bisogna esserci. Poi viene un momento magico. I ragazzi hanno portato 20 lanterne cinesi. Accese e liberate nel buio attirano gente dagli accampamenti vicini. Sono eccitati, vogliono vedere, fotografano, commentano, si gioisce come bambini. E' una performance di semplice poesia, di purezza felliniana, e al grande Federico dedichiamo questo momento della notte.
Poi ci ritroviamo attorno al fuoco, come gli uomini diecimila anni fa, a raccontar storie di vita e di moto: si fa presto a tirar tardi, con frequenti gemellaggi superetilici con le tende vicine. Verso le tre, il fuoco è ancora gagliardo ma la temperatura deve essere piuttosto bassa, ci si saluta e si entra in tenda. E' piena di fumo ma non fredda, tengo i vestiti del viaggio e il sacco a pelo me lo stendo sopra. Fuori c'è gente che parla e le sirene ancora non dormono. E' chiaro che non si vien qui per dormire, così nel gelido dormiveglia rivedo il film degli ultimi due giorni e forse mi assopisco un po'.
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Poco dopo le sette c'è già qualcuno che attizza il fuoco. Prima delle otto esco in una specie di alba rosata con il vento che disperde i fumi degli accampamenti. Si rinnova la meraviglia. Faccio un giro a fotografare un po' di moto, mentre già cominciano a smontare le tende. Lo faccio anch'io assieme ai compagni della notte. Sono preoccupati per il sidecar e vogliono partire in fretta. Con Fede ci scambiamo gli indirizzi. Penso al freddo della notte, al fatto che la moto si è spenta all'arrivo: chissà... E difatti non parte! Ci provo per almeno un'ora. Poi stremato ricorro all'aiuto di un meccanico-vichingo che con una decina di robuste pedalate la fa partire. Si diverte a sgasarla, richiamando l'attenzione della gente: mi fanno “ok” indicando il canto robusto e pronto del motore. Questo non smette così gli dico in francese “Doucement s'il vous plaît, je dois rentrer à la maison”. Il viaggio di .jpg)
ritorno inizia poco dopo mezzogiorno. Un bel sole illumina la neve sui prati attorno a Solla. Come predestinato al bivio sbaglio direzione. Son contento lo stesso, faccio il turista tra boschi e prati in uno scenario da fiaba, che ricorda certe visioni della Marcesina sull'altopiano di Asiago. Alla fine emergo sopra un costone e vedo sotto le fila di moto che vanno all'autostrada. Mi butto giù e presto rientro nella A3, verso Deggendorf. Ripasso il Danubio e altri bei canali artificiali. Uno stormo di sidecar mi sorpassa. Tutti salutano, c'è allegria nell'aria e forse voglia di casa. Il bel sole rimane fin quasi a Monaco, poi si alza un arzarone grigio e la temperatura scende di almeno 5 gradi. Con l'aiuto di un automobilista infilo le due deviazioni per entrare nel ring di Monaco, dove tutti corrono. Resto tranquillo, fa freddo ma la moto va bene: conosce questo inferno di corsie. Ci siamo passati quella notte di ritorno da Capo Nord, quando avevo deciso di tentare il “tappone dolomitico” e fare in un sol giorno la strada tra il traghetto di Puttgarden e casa: 1470 km, che il Morini Tremezzo si macinò in 23 ore, senza perdere un colpo. Ritorno a quel luglio del 2010, quando regalai “Il Viaggio” al Morini per il suo trentesimo compleanno. Fu una lunga apnea di libertà: un viaggio “mistico”, che per certi versi dura ancora. Quest'anno io ne faccio 60 di anni e la spedizione all'Elefantentreffen è il mio personale regalo di compleanno. Tra ricordi e sorrisi dentro il casco la strada e il tempo scorrono tranquilli, accompagnati dalla calda colonna sonora del motore. Così arrivo al bivio di Rosenheim, dove fa piacere leggere l'indicazione per Innsbruck e Verona. E' sera ormai quando inizio la salita al Brennero. Arrivo al passo verso le 18:30: all'albergo mi aspettano. Ho fatto tutto il viaggio bevendo solo qualche sorso di acqua gelida, non mi sono concesso neanche un caffè a causa di una certa acidità di stomaco, retaggio dei tanti brindisi della notte davanti al fuoco. Dico alle signore che mi accolgono che ho bisogno di un piatto di riso in bianco con solo olio e formaggio. Mi accontentano insistendo per una fresca insalata e per un gelato alla panna. Poi mi fanno portare la moto al suo posto: tra i tavoli della sala ristorante. Super doccia per levarmi l'acre odore di fumo di cui sono impregnato e quindi subito a letto.
Rimessa la moto in strada, la mattina di lunedì 30, parto tranquillo e ben riposato. La stretta forra che scende verso il sole italiano è fredda e blu, in alto però si vedono splendidi vigneti distesi al sole. Queste sono zone ben ordinate e organizzate, qui la gente mostra in concreto l'amore per la propria terra, curandola e lavorandola al massimo delle sue potenzialità. Con amarezza penso ai boschi intristiti, ai coltivi abbandonati, ai sentieri rovinati dal motocross dei miei poveri Colli Euganei, che da oltre vent'anni sopportano un Parco amministrato da squallidi politicanti incompetenti. A Bressanone ritrovo il sole e l'ottimismo, scendo rapido a Bolzano: ho voglia di rivedere l'Adige ridente e i vigneti della Vallagarina. Dopo Rovereto mi fermo all'area di servizio Q8 dove feci sosta al ritorno dal Viaggio per prendere l'ultimo caffè e dare il buon giorno al sole che avevo salutato la sera prima a Nürnberg. Fermo il Tremezzo a fianco di un Granpasso e ritrovo Antonio, un giovane con cui avevo già parlato nella Buca degli Elefanti. E' stimolante l'accostamento tra il passato e l'oggi: due moto formidabili comunque, frutto del genio di Franco Lambertini. Facciamo una foto e ci diamo appuntamento a Morano Po. Saluto altri reduci dall'Elefantentreffen, faccio benzina e poi l'ultimo tratto verso la pianura padana. Mi sembra perfino di sentire caldo. Con bella calma arrivo a casa verso le 15. Comprese le deviazioni per errore ho fatto in tutto 1430 Km, nel corso dei quali la mia generosa compagna ha fatto i suoi primi 85.000 chilometri.
Ecco, forse ho scritto troppo, ma certo non ho detto tutto...
Antonio Mazzetti



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