Sito internet ufficiale del Moto Morini Club Italia
interamente dedicato alla Moto Morini ed ai Morinisti
La pagina corrente utilizza dei frame, che tuttavia non sono supportati dal browser in uso.
La storia di questo glorioso marchio inizia da quella del suo fondatore,
Alfonso Morini classe 1898. Sin da giovanissimo Alfonso dimostra grande passione per la
meccanica e per i motori oltre ad ambizioni imprenditoriali, che lo portano, dopo una
breve esperienza presso una officina di riparazioni motori, a mettersi in proprio,
aprendo una piccola officina di motoriparatore. Era il 1914, e da li a poco lo scoppio
della prima guerra mondiale lo costringeva però a sospendere l'attività.
Durante il
conflitto Alfonso si arruola volontario, riuscendo ad entrare nell' VIII Reparto motocicli
di Padova, dove può incrementare la sua esperienza lavorando su svariati modelli di
motocicli italiani ed esteri. Alla fine del conflitto Alfonso Morini torna nella sua
piccola officina di legno in via Selvatica a Bologna, dove riprende l'attività di
motoriparatore. In quegli anni cresce in lui la voglia di progettare motociclette,
dedicando il poco tempo libero e le ore notturne a questi progetti.
Nel 1924
Alfonso inizia la sua attività di costruttore, ricevendo da Mario Mazzetti, uno dei
fondatori della G.D., l'incarico di realizzare un proprio progetto di bici equipaggiata
con un motore 125 c.c. a due tempi.
Una volta costruita la moto Alfonso decide anche di portarla in
gara, dove al suo esordio manca la vittoria solo a causa di un banale incidente. Il
debutto è comunque esaltante, e porta Mazzetti e Morini a decidere di produrre in serie
la motocicletta.
Nasce così il 18 Settembre
1924 la M.M., che in poco tempo acquista fama e prestigio in campo nazionale, un successo
al quale certamente Alfonso Morini contribuisce in modo determinante in qualità di
tecnico e pilota. Tra i successi ottenuti spiccano sei primati mondiali ottenuti al Gran
Premio delle Nazioni del 1927 e il record di velocità classe 175 c.c. ad oltre 162 Km/h
del 1933.
Alla M.M. Morini trascorse
tredici anni, e nel 1937 chiese di essere liquidato, ottenendo ventiquattromila lire, una
scatola di compassi e una moto usata, che rivendette subito, in vista dei suoi nuovi
progetti.
Con questo
capitale Alfonso Morini, che negli anni trascorsi alla M.M. aveva ottenuto molte
soddisfazioni, ma pochi ricavi economici, decideva di intraprendere la sua avventura
imprenditoriale fondando ufficialmente la Moto Morini.
La produzione inizialmente è
essenzialmente rivolta ai motocarri, veicoli che in quegli anni avevano un notevole
mercato, anche per rispettare l'accordo preso con l'ex socio Mazzetti di non produrre
motocicli. La sede dell'attività è in via Malvasia a Bologna, e i modelli offerti sono
un motocarro da 350 c.c. ed uno da 500 c.c., entrambi a valvole laterali, i cui motori
venivano anche venduti separatamente ad assemblatori di motoveicoli da trasporto.
Nel
1939 la Morini si affermò nel settore con l'M610, robusto motocarro con trasmissione a
cardano, lubrificazione a carter secco e cambio separato. Ancora una volta è la guerra a
fermare Alfonso, che si trova costretto a convertire la fabbrica per la costruzione
bellica, cosa che continua sino al 1943, quando un bombardamento rade al suolo l'edificio
di via Malvasia. Questo duro colpo economico e morale, non frena però l'iniziativa
di Alfonso, che alla fine del conflitto si rimette al lavoro, dopo aver trovato una nuova
sistemazione in via Berti, ed in meno di un anno dà sfogo alla sua passione per le due
ruote, mettendo in produzione la prima Moto Morini, la T125. Si tratta di una
monocilindrica due tempi di 125 c.c. con cambio a tre velocità, chiaramente ispirata alla
tedesca DKW molto in voga in quegli anni.
Ancora una
volta le capacità di Alfonso vengono alla luce, e la moto riscuote subito successo
motorizzando molti italiani in quel problematico periodo. Ben presto venne affiancato un
modello Sport, con struttura praticamente invariata, ma con l'incremento di potenza da 4,5
a 5,75 CV. Nel 1948 Alfonso torna nel mondo delle competizioni come costruttore,
approntando un apposito modello in grado di erogare 8 CV a 7000 giri, per una massa di
soli 68 Kg. Con questa moto quell'anno Raffaele Alberti si aggiudica subito il campionato
italiano motoleggere, appena istituito, vincendo quattro gare su cinque, mentre
Masetti vince il campionato di seconda categoria, Magi Spazzali e Lambertini ottengono
rispettivamente il terzo, quinto e settimo piazzamento nel campionato di prima categoria.
Per
il 1949 è previsto l'inizio del campionato mondiale di velocità, Alfonso si mette subito
al lavoro e, vista la superiorità dimostrata dalla Mondial 125 bialbero a 4 tempi durante
una competizione a Monza, progetta una 125 con albero a camme in testa comandato a
catena, ispirato alle sue precedenti creazioni M.M.
Il nuovo motore in grado di erogare 12 CV a 10.000 giri,
equipaggia la nuova leggerissima moto capace di raggiungere i 140 Km/h. La
ciclistica, simile a quella della precedente due tempi ha la sospensione posteriore a
forcellone oscillante anziché a ruota guidata, mentre la doppia sella ha lascia il posto
ad una unica sella lunga.
Nel 1949 con
questa moto Masetti e Magi difesero e confermarono a punteggio pieno il campionato
italiano, che già apparteneva alla Morini. In campo internazionale invece le Mondial
dominarono sia nel '49 che nel '50, correndo però con carenatura integrale, e riuscendo
a piazzarsi sempre davanti ai piloti Morini. Nel 1951 la squadra della Moto Morini,
composta da Zinzani, Zanzi e Medogni, fu tra le protagoniste del campionato del mondo
(Luigi Zinzani giunse 2° ad Assen e 3° a Monza), ma solo nel 1952, dopo essere riusciti
a ricavare 16 CV dal motore, con una punta di velocità che toccava i 160 Km/h, la Morini
dimostrò il suo valore vincendo due prove del campionato mondiale e perdendone una per un
soffio dopo averla dominata. Così Emilio Medogni dovette purtroppo rinunciare al titolo
di campione del Mondo.
Per quanto riguarda la normale produzione, in quegli anni la
Morini mantenne la T125 a due tempi, affiancata però nel 1953 con un nuovo modello a 4
tempi dal semplice nome:
175,
capostipite di una lunga serie di motociclette che sancirono la definitiva affermazione
sul mercato della casa bolognese, riscuotendo grande successo per la loro grande
affidabilità. Nel 1955 si rese necessario il trasferimento nella nuova e più ampia sede
di
Via Bergami, per poter
ampliare le capacità produttive in vista del successo del nuovo 175. Con questa nuova
moto in versione sportiva, che portava il nome di Settebello la Morini fu una delle marche
che guadagnò maggior fama dalle due più famose e massacranti gare di gran fondo,
straordinariamente in auge a metà degli anni '50, La Milano-Taranto e il Giro
Motociclistico d'Italia.
Nell'inverno
del 1954 per contrastare le Mondial e le MV bialbero venne appositamente progettata
una nuova moto in grado di confrontarsi in questo tipo di gare. La Settebello era
troppo vicino al modello di serie, visto anche il nuovo regolamento italiano per le
macchine sport divenuto più permissivo. Nasce così la bellissima Morini Rebello ,
che presentata alla stampa nel 1955, debuttò in gara poche settimane dopo, al Giro
d'Italia. Da notare che la moto era stata provata solo pochi giorni prima dell'esordio,
sulla
Via_Persicetana.
Nonostante ciò il debutto non poté essere migliore, visto che due Rebello conquistarono
le prime due posizioni in classifica. Vinse
Emilio Medogni,
davanti al compagno di marca Ferdinando Speziali detto "Stricnina".
Il Rebello fu probabilmente la motocicletta da corsa più moderna
della sua generazione; innanzi tutto conciliava perfettamente il lato estetico con quello
tecnico, cosa non facile neppure negli anni settanta e, inoltre riuniva in ogni parte
ciclistica e meccanica quanto di più moderno l'evoluzione del motociclismo agonistico
avesse creato. Grazie a questi suoi requisiti, oltre al Giro d'Italia del '55, la Morini
Rebello si aggiudicò quello del '56 e la Milano-Taranto del 1955. Il suo miglior pilota
fu Walter Tassinari, il quale la portò al successo anche in gare di seconda e prima
categoria. Lievemente maggiorata nella cilindrata, e dotata di distribuzione bialbero
anziché monoalbero "sdoppiato", la rebello creò in pista le premesse per il
debutto della gloriosa e leggendaria 250.
Nei primi anni
sessanta un altro piccolo gioiello vide la luce; la
Settebello aste corte, con la quale la Morini
spadroneggiò nelle competizioni di categoria "Sport", riservate ai modelli
derivati dalla serie, e con la quale fece le sue prime esperienze agonistiche
Giacomo Agostini. Al suo esordio sulla
cronoscalata Trento-Bondone del '61 Agostini terminò secondo dietro al campione in carica
Attilio Damiani, mentre nel 1962 si aggiudicò il campionato nazionale nella categoria
cadetti in sella alla Settebello preparata dalla Morini, ripetendosi nel 1963 con il
titolo italiano juniores sia su pista che su strada.
Nel 1956 un
nuovo monocilindrico 4 tempi ad aste e bilancieri da 98 c.c. prende il posto della ormai
obsoleta 125 T, è lo "Sbarazzino 100", dal quale presto prenderà vita la
famosa e apprezzata serie del
Corsaro,
destinata ad evolversi in svariati modelli sia da strada che da fuori strada, e ad
ottenenere altri gloriosi risultati sportivi. La prima Corsaro 125 uscì nel 1959 come
veicolo utilitario, ma già nel 1961 venne affiancata dal Corsaro Veloce, d'impostazione
sportiva. Questa moto fu il sogno di moltissimi giovani negli anni 60, supportata dagli
ottimi successi sportivi che la casa continuava ad ottenere nelle competizioni con la 250
GP. Non a caso la livrea della accattivante 125 riprendeva quella rosso-nera della
blasonata GP, il che unito a prestazioni brillanti che la portavano a raggiungere i 118
Km/h la rendeva irresistibile!
Come accennato il Corsaro, tra le sue tante versioni, con
cilindrate di 100-125-150 c.c., nel 1966 venne allestito nella versione "Regolarità
casa" con cilindrate in seguito aumentate a 160 e 165 c.c. Con questo modello la
Morini divenne protagonista anche nelle competizioni di regolarità, dove con il pilota
collaudatore Giovanni Collina conquistò i campionati italiani nel '67 e nel 68, mentre
con Franco Dall'Ara vinse la Sei Giorni Internazionale di Svezia del 1966. Questa moto
raggiunse il massimo dell'evoluzione nel 1971 con l'arrivo alla Morini del giovane Ing.
Franco Lambertini, da non confondere con l'omonimo Dante Lambertini, valente tecnico, da
anni tra i responsabili del reparto corse, assieme a Walter Scagliarini e al mago dei
motori Nerio Biavati. Lambertini fece su questo motore le sue prime esperienze, con
un inedito gruppo termico, che presto porteranno alla nascita di un nuovo pezzo della
storia Morini. Però, non corriamo troppo!!
Torno
un passo indietro, poiché devo ancora raccontare il periodo più esaltante nella storia
delle competizioni della Moto Morini. Come accennato prima, nel '56 la Morini prese parte
ad alcune
competizioni
della classe
250 con un Rebello maggiorato. Incoraggiata dagli ottimi risultati, nel 1958 la Morini
decise di realizzare una 250 da GP, destinata a scrivere nuove pagine di gloria, e a
guadagnarsi il titolo di "Regina delle monocilindriche". Questo capolavoro
di meccanica vede ancora la firma di Alfonso Morini, che assieme ai collaboratori Dante
Lambertini e Nerio Biavati si occupava personalmente del reparto corse.
L'esordio al GP delle Nazioni del '58 sul velocissimo circuito monzese fu un altro
successo, Emilio Medogni e Giampiero Zubani diedero la polvere a Carlo Ubbiali che
pilotava la MV Augusta campione del mondo in carica, e condussero la gara dal primo
all'ultimo giro. Il nuovo motore della Morini era ancora una volta un monocilindrico 4
tempi, ma a differenza del Rebello aveva la distribuzione bialbero in testa comandata da
una cascata d'ingranaggi racchiusi da un carter sul lato destro. La potenza nella prima
versione era di 32 CV a 10.500 giri. Nel 1959 la Morini 250 vinse due prove nazionali a
Modena e Imola, poi entrò in crisi e non fornì altri risultati per lungo tempo.
Che cosa poteva essere successo? Era semplicemente finita, nella
classe 250, l'era del monocilindrico, l'evoluzione della tecnica voleva ora motori almeno
bicilindrici, come MV Ducati ed MZ, oppure addirittura a quattro cilindri come quelli
della nuova arrivata Honda e della moderna Benelli. Dal 1959 al 1961 la Morini 250 stette
a guardare le altre case darsi battaglia, senza poter competere con loro, fece qualche
uscita nei mondiali guidata da Tarquinio Provini ma, pur destando meraviglia per le sue
prestazioni, eccezionali per una monocilindrica, non ottenne grossi risultati. Nel 1962
Tarquinio Provini e Walter Tassinari, piloti ufficiali della monocilindrica bolognese,
vivacizzarono le gare sui circuiti internazionali della riviera adriatica, alla quale
partecipavano in massa tutte le squadre protagoniste del campionato del mondo. La potenza
della Morini 250 quell'anno toccava i 35 CV a 10.500 giri, mentre quella delle migliori
quattro cilindri Honda e Benelli superava i 40 CV. Nel 1962 Provini vinse il campionato
italiano delle 250, superando nell'ultima gara di Sanremo il compagno di squadra
Tassinari; questo risultato mise notevolmente in crisi i tecnici della Honda, che mai, nel
mondiale, avrebbero potuto tollerare sconfitte da parte di una monocilindrica. I loro
timori si dimostrarono fondati nel 1963, quando Provini, al termine del Gran Premio di
Spagna, prima prova di campionato mondiale, salì sul gradino più alto del podio, dopo
aver battuto il campione Jim Redman e la sua Honda 4 cilindri. La stessa cosa si verificò
al GP di Germania, ad Hockenheim vinto da Provini a media record. La squadra Morini, non
avendo però grandi risorse economiche, dovette rinunciare a partecipare al Tourist
Trophy, mentre per contrattempi di viaggio saltò anche il GP della Germania Orientale.
Nel Gran Premio del Giappone, Provini e le Morini, in testa al punteggio mondiale, furono
battuti da una formidabile coalizione di squadre nipponiche, vedendo così sfumare il
Titolo mondiale per due soli punti.
Vedi Classifica Finale
del Mondiale 250-1963
Persa l'occasione del 1963, la Morini 250 dovette
accontentarsi di continuare per lungo tempo a monopolizzare il campionato italiano di
velocità. Vinse quello del 1963, con Provini, quello del '64 con Agostini e poi, dopo una
pausa durata due anni, tornò a vincerlo nel 1967 con Bergamonti. Quando Alfonso Morini,
dopo nove anni di vittorie nazionali ed internazionali della sua 250 monocilindrica,
decise di smetterla con le corse, molte case concorrenti, che vantavano bolidi
ultrapotenti e grossi capitali investiti nelle corse, tirarono un sospiro di sollievo.
Durante gli anni '60
la Morini volle colmare la propria lacuna nel settore dei ciclomotori, vide così la luce
il
Corsarino. Come prima cosa bisogna dire che definire il corsarino un ciclomotore è
quantomeno riduttivo, in effetti si trattava di una vera e propria motocicletta di 50 c.c.
con motore 4 tempi ad aste e bilancieri. Anche questo conferma la
lungimiranza di Alfonso Morini. In quegli anni nessuno si preoccupava del consumo e
dell'inquinamento, il prezzo della benzina non era ancora molto alto, e della coscienza
ambientale non se ne sentiva quasi parlare. Allora per quale motivo produrre un
ciclomotore a 4 T, più costoso ed anche svantaggiato dalla legge che impone il limite a
50 c.c. certamente più favorevole al 2T ? In quegli anni non era di certo facile darsi
una risposta, ma ora, dopo ben 40 anni forse una risposta riusciamo a trovarla, visto che
finalmente ci si è resi conto che inquina di più un piccolo ciclomotore a 2T di
un'automobile. Meglio tardi che mai ! Resta il fatto che il ciclomotore nonostante il
maggior costo ebbe un buon successo restando a listino nelle versioni ZZ e Scrambler fino
al 1977,e diventando ora, assieme al mitico Motom, il ciclomotore più amato dagli
appassionati.
Si
giunge così al 1969, anno in cui viene a mancare l'uomo che ha regalato agli appassionati
grandi emozioni e piaceri durante i più gloriosi anni del motociclismo italiano, Alfonso
Morini muore il 30 Giugno del 1969 all'età di 74 anni. Il colpo è forte, ma l'impresa lo
assorbe bene, grazie anche alla forza della unica figlia di Alfonso, Gabriella che assume
con coraggio ed impegno la direzione nel delicato periodo, portando la Morini entro
pochi anni a nuovi successi commerciali. Purtroppo però, l'attività agonistica della
casa bolognese resta fortemente condizionata dalla scomparsa del grande Alfonso.
Determinante per il rilancio della Morini è l'arrivo, nel 1970, di un giovane ingegnere
con esperienza maturata presso l'ufficio tecnico della Ferrari e con la Serenissima
Automobili di Modena, ma nuovo alle problematiche delle due ruote; Franco Lambertini. Come
già accennato uno dei primi problemi affrontati da Lambertini fu la necessità di
ricavare più potenza dal motore del Corsaro Regolarità casa, visto che nei primi anni
'70 l'assalto della concorrenza dei motori a 2 Tempi si faceva inarginabile. I limiti,
dell'architettura del motore ad aste e bilancieri ed anche economici, non permettevano
grosse rivoluzioni. Lambertini sperimentò così un nuovo gruppo termico con camera di
scoppio ricavata nel cielo del pistone, e testata piatta con condotti arcuati per
conferire maggior turboleza ai gas. Un accurato studio della fluidodinamica di questa
soluzione (già nota in campo automobilistico come camera Heron, dal nome del tecnico che
la propose nei primi anni cinquanta), permise di ricavare ottimi rendimenti. Un Corsaro
equipaggiato con questa nuova soluzione partecipò alla Sei giorni Internazionale svoltasi
all'isola di Man, ma oramai l'era del quattro tempi in questo tipo di competizioni
si era chiusa, anche se non per sempre come possiamo constatare oggi !!
Questa
esperienza trovò comunque la sua utilità nel momento in cui il capace tecnico si sedette
al tavolo da disegno per progettare un propulsore che avrebbe dovuto equipaggiare una
nuova moto di media cilindrata, destinata al rilancio della casa negli anni in cui il
mercato, dopo il trend negativo attraversato, vedeva una ottima ripresa. Le tradizioni
della casa, non meno delle imposizioni del valido ragioniere Gianni Marchetti direttore
amministrativo nonché vecchio amico e collaboratore di Alfonso Morini, prevedevano la
realizzazione di un propulsore che fosse al tempo stesso affidabile, longevo e
caratterizzato da una grande semplicità costruttiva. Inoltre il nuovo motore avrebbe
anche dovuto essere in grado di fornire prestazioni elevate in rapporto alla cilindrata.
Con autentica genialità il tecnico modenese pensò anche di fare della prima versione di
questa unità la capostipite di una intera famiglia di motori, tanto a due che a un
cilindro, realizzati in base al principio della "modularità" costruttiva.
Questo avrebbe consentito di impiegare in ogni caso le stesse macchine per la lavorazione
del basamento oltre che gli stessi stampi per le fusioni, e di avere un gran numero di
componenti in comune, portando così ad un notevole contenimento dei costi, senza
compromettere la qualità del risultato.
Vede così la luce (dopo solo otto mesi di gestazione!!) il nuovo
e rivoluzionario propulsore pronto ad equipaggiare una lunghissima e svariata serie di
motociclette che si faranno apprezzare in tutto il mondo per i successivi venti anni.
L'architettura scelta è quella del
bicilindrico
a "V" longitudinale con un
angolo tra i due cilindri di 72° ( non casuale, visto che trattasi dell'angolo esistente
tra due cilindri adiacenti nei motori stellari a cinque cilindri!), un ottimo compromesso
tra la soluzione più equilibrata a V di 90° e quella a V decisamente stretto, più
favorevole in termini di ingombro. La distribuzione ad aste e bilancieri ottimamente si
sposa con le valvole parallele, e nei primi anni '70, assai prima dell'affermazione
definitiva delle distribuzioni a 4 valvole per cilindro, è una soluzione che permette
ancora di ricavare potenze specifiche sufficienti per i motori di serie. A conferma di
ciò basta ricordare che con poco più di 100 CV/litro la 350 Morini si rivelò la moto
più veloce della sua categoria, rimanendo tale per svariati anni. Non è mia intenzione
esporre una completa analisi di questo bel bicilindrico, che comunque vantava valide
soluzioni all'avanguardia ed inusuali per l'epoca, come la cinghia per il comando della
distribuzione (primo motore motociclistico al mondo ad impiegare questa soluzione) e la
frizione multidisco a secco, prerogativa allora delle moto da competizione.
La
prima moto equipaggiata da questo propulsore ha impostazione turistica e si chiama
semplicemente 3 e ½ (non celando così le sue origini emiliane!), presentata già al
salone di Milano nel 1971 ed in vendita nella primavera successiva. La moto ottiene subito
un buon successo di vendite, anche perché non fa rimpiangere le concorrenti di maggior
cilindrata, inaccessibili per legge ai diciottenni dell'epoca. Nel '74 viene
allestita una versione Sport della 3½, le modifiche riguardano principalmente
l'impianto frenante, sella manubrio e colorazione, mentre la sostituzione
dell'albero a camme con uno dallo schema più spinto e l'innalzamento del rapporto di
compressione ottenuto con nuovi pistoni, permettono al motore di passare dagli iniziali 35
a 39 CV a 8500 giri, in grado di spingere la moto fino a 171 Km/h, e di aggiudicarsi il
titolo di più veloce della categoria. Questa moto è senza dubbio la più apprezzata da
noi giovani dell'epoca, e da tutti coloro che ne hanno potuto provare l'inimitabile
facilità di guida, unita all'ottima tenuta di strada e alla generosità del propulsore,
senza dimenticare lo scarso consumo di carburante. Una moto che da' soddisfazioni sia
nella guida turistica che in quella sportiva su percorsi misti, dove i buoni manici sono
ancora in grado di dare la polvere alle potentissime, ma altrettanto impegnative, sportive
moderne.
Negli anni ottanta questi due modelli
hanno subito numerosi aggiornamenti, soprattutto stilistici, cercando purtroppo di
emulare le nuove tendenze del sol levante, e via via perdendo l'apprezzata e sobria linea
classica italiana, ma riscuotendo in ogni caso un buon successo tra gli utenti più
attenti ai contenuti che ai condizionamenti dalle mode. Sempre in questi anni il
bicilindrico bolognese scopre l'ennesima carta vincente: la versatilità. Ad affiancare la
linea delle stradali, nel frattempo ampliata con due monocilindriche da 125 e 250 c.c e
due bicilindriche da 250 (poiché la monocilindrica, a dispetto dell'ampio utilizzo di
silent-block, vibrava eccessivamente) e 500 c.c. (apprezzatissima all'estero e meno in
Italia a causa dell'eccessivo peso fiscale), si decide di approntare una 500 da enduro, la
Camel. Questa moto, capostipite di una lunga e fortunata serie (anche nella versione
Kanguro di 350 c.c.), dimostrò ottime doti, e permise agli appassionati di emozionarsi
nuovamente al suo apparire brillantemente nelle nuove e seguitissime competizioni nel
deserto come la Parigi-Dakar, o alla Sei giorni dell'Isola d'Elba dove il preparatore
Valentini di Prato, riscosse un bel successo davanti alle concorrenti Honda
A tal proposito è da ricordare, come già accennato, che
purtroppo l'impegno diretto della Morini nelle competizioni finì praticamente con la
scomparsa di Alfonso, mentre in seguito per l'impossibilità di reggere l'enorme e
crescente impegno economico necessario la casa si limitò a dare piccoli aiuti ai
concessionari e preparatori che gareggiavano con i suoi mezzi, oltre al già citato
Valentini ricordo Rey d'Ivrea (supporto della mia passione per questo marchio, visto che
in quella cittadina ho trascorso la mia adolescenza scorrazzando prima con un Motom e poi
con un Corsarino ZZ), Perfetti di Milano, Ruozi di Reggio e Fridegotto di Novara. Questi
bravi preparatori hanno combattuto e spesso vinto nel campionato nazionale TT3 (per moto
derivate da serie fino 400 c.c. 4T e 250 c.c. 2T), e ancora oggi la moto di Ruozi si mette in luce
nelle gare riservate alle "moto classiche fino a 500 c.c. dando filo da torcere alle
concorrenti quattro cilindri !!
Nello stesso periodo molti appassionati hanno trovato
nella Morini 350 un'ottima mezzo per esordire nelle competizioni, ed in particolare nelle
gare del campionato italiano di velocità in montagna (già terra di conquista delle
Morini Settebello), così è stato anche per mio fratello Mauro che, come potete vedere
nella foto accanto partecipava a queste gare con una moto dalla ciclistica quasi di serie.
Spesso però si trovavano mezzi ottimamente preparati, come la TT3 curata da Luigi
Pavan di Maslianico (CO), che nella foto in basso vediamo pilotata da Alberto Azzolina
alla Ballabio piani Resinelli del 1980. Bisogna in oltre segnalare che nella categoria
bicilindriche da enduro le Morini sono tuttora le moto da battere, grazie a piloti e
preparatori capaci armati da grande passione. Se poi vorrete approfondire la vostra
passione visitando i vari
Link da me preparati vi potrete rendere conto
che anche all'estero tra i tanti appassionati qualcuno si cimenta ancora in alcune
competizioni con le bicilindriche Morini.
Riprendendo la narrazione sulla produzione Morini, si arriva alla
seconda metà degli anni '80, quando la Morini, sempre grazie alla versatilità del suo
propulsore non ha problemi a seguire le nuove tendenze del mercato, che vede un calo nel
settore enduro a favore dei modelli di stile U.S.A. conosciuti come
Custom. Nasce così una nuova coppia di
modelli, si tratta delle Excalibur nelle versioni 350 e 500 c.c. che diventano così le
moto di punta della produzione Morini. Nel 1989 vengono poi presentate le New York sempre
nelle due cilindrate, dalla linea meno estrema ma a mio parere anche più piacevole.
Sempre in questi anni da un restailing delle precedenti Camel e Kanguro XE
nasce l'ultima enduro della casa bolognese, la Coguaro che, nonostante
le ottme qualità tecniche ed estetiche non ebbe una grande diffusione. Queste moto montano l'ultima evoluzione del bicilindrico bolognese, con cilindri a canna
integrale trattata al nichel carburo di silicio ed un efficace motorino d'avviamento posto
davanti al basamento, poiché la soluzione adottata nelle precedenti versioni, senza
modificare i carter ed utilizzando l'unico pesante e poco efficace motore d'avviamento
disponibile sul nostro mercato, era critica e scarsamente efficace, tanto è vero che
nella maggior parte dei casi gli utenti hanno preferito eliminare il motorino per tornare
al vecchio avviamento a pedale. Questa versione del propulsore equipaggia nel 1988 anche
l'ultima 350 stradale, la Dart (esportata anche nella versione da 400 c.c.) dalla linea
piacevole ma impersonale, visto che la nuova proprietà Cagiva, si è limitata a montare
nella ciclistica della sua 125 Freccia il nostro amato propulsore, segno di scarsa
intenzione di rilanciare veramente lo storico marchio dell'aquila MotoMorini.
Siamo quindi arrivati al capitolo più dolente della storia, quello che
vede la cessione della Morini ai fratelli Castiglioni titolari del gruppo Cagiva e già
proprietari del marchio Ducati. In quegli anni il mercato delle moto attraversa un periodo
di crisi, le forti e ingiustificate pressioni sindacali diventano insopportabili per
Gabriella Morini che, nonostante la ditta fosse economicamente sana e dotata di forti
capacità progettuali, decide a malincuore per la cessione alla Cagiva. La speranza di
Gabriella Morini era di vedere così rilanciata la gloriosa casa paterna, aspettative che
come ormai sappiamo sono state ampiamente disattese. Il responsabile Tecnico Franco
Lambertini, nella seconda metà degli anni ottanta aveva progettato un nuovo motore,
ancora una volta dall'architettura modulare con cilindrate previste di 350 500 e 750 c.c.,
due cilindri a V di 67° longitudinale, distribuzione monoalbero a catena con 4
valvole per cilindro e raffreddamento a liquido (l'albero motore aveva i perni
di biella disposti in modo da farli lavorare come un V di 90° a perno unico per
ridurre al massimo le vibrazioni). Il
prototipo di 720c.c. erogava 86 CV a
7200 giri, e ancora una volta, grazie all' abilità del tecnico modenese, univa le sue
ottime doti a costi di produzione contenuti. La direzione Cagiva si dimostrò
colpevolmente disinteressata a questo nuovo propulsore, rivelando così le proprie
intenzioni. Per approfondire l'argomento vi invito a leggere questo bel articolo apparso
sul n° 86 di Motociclismo (Ottobre '99):
IL FUTURO NEGATO , nel quale
potrete anche trovare l'affascinante storia dei due prototipi sovralimentati progettati da
Lambertini.
Franco
Lambertini, resosi conto dello scarso interesse profuso da parte della nuova proprietà
verso la Morini, dopo la trasformazione della fabbrica di via Bergami in reparto di
engineering e a distanza di poco tempo la sua successiva chiusura, declinò l'offerta di
passare tra le maestranze Ducati, e mise il suo genio a disposizione della Piaggio Gilera.
Siamo quindi arrivati ai nostri giorni quando, il marchio abbandonato nelle cantine della
Ducati, che nel frattempo è stata ceduta dai Castiglioni al gruppo americano TPG , viene
spolverato e ceduto alla Morini Franco Motori, dove nel frattempo è approdato anche
l'artefice dei più recenti successi Morini, Franco Lambertini. Con questa buona notizia
noi tutti appassionati speriamo di rivedere presto, anche se siamo consapevoli delle
difficoltà presenti soprattutto per la mancanza attuale di una rete commerciale che si
possa occupare della distribuzione, le nuove Moto Morini.
La leggenda
continua.....
Moto Morini
|
| |
|